Difensori dei diritti umani
Bielorussia – L’11 settembre 2013 Aliaksei Shchadrou, un attivista per il diritto all’alloggio, è stato prosciolto dall’accusa di “aver agito per conto di un’organizzazione religiosa non riconosciuta” ed è stato rimesso in libertà. Era stato arrestato a giugno per aver allestito un rifugio per persone senza fissa dimora nella città di Shchyuchyn.
Prigionieri di coscienza
Egitto – Il 6 ottobre 2013 due cittadini canadesi, il medico Tarek Loubani e il documentarista John Greyson, sono stati prosciolti da ogni accusa e rilasciati. Arrestati al Cairo il 16 agosto, un giorno dopo il loro arrivo in Egitto, i due canadesi erano stati accusati di appartenenza a banda armata, minaccia alla sicurezza e alla pace sociale, intralcio alla circolazione e alle comunicazioni e, infine, di possesso di armi da fuoco esplosivi e munizioni.
Gaza: Hani Abu Aliyan, ennesima esecuzione!
Per non dimenticare quanto sia fondamentale la Giornata mondiale contro la pena di morte, nella quale ogni singola persona può contribuire con un piccolo gesto, anche firmando quello che può essere considerato un “banale pezzo di carta” che può in realtà fare un’enorme differenza, è importante ricordare la toccante testimonianza di un fatto avvenuto nella Striscia di Gaza il 2 ottobre 2013. E’ stata infatti eseguita la condanna a morte di Hani Abu Aliyan, 28 anni, giudicato colpevole per aver accoltellato un conoscente, a causa di una disputa. Per la prima volta, ai parenti della vittima è stato permesso di poter assistere all’esecuzione. I famigliari hanno però affermato di essere stati informati all’ultimo momento dell’esecuzione e questo è ciò che hanno dichiarato: “Ci hanno perquisito e tolto i telefonini prima di scortarci sul posto. Il condannato è arrivato circondato dagli agenti, ha parlato con un imam e poi è stato impiccato. Dopo pochi minuti un dottore ne ha confermato la morte. E’ stato difficile vedere una persona che perdeva la vita – ha aggiunto il parente che però ha chiesto l’anonimato – ma poi mi sono detto che era stata fatta giustizia. Che Dio aveva vendicato le sue vittime”.
Hani Abu Aliyan viene condannato nel 2009, quando si costituisce, dopo un grave litigio sfociato nella morte dell’altro ragazzo. L’avvocato di Hani ha però dichiarato che l’imputato sarebbe stato torturato per estorcergli la confessione di un altro omicidio commesso all’età di 14 anni.
Secondo il Rapporto annuale 2013 di Amnesty International a Gaza almeno cinque persone sono state condannate a morte dai tribunali militari, colpevoli di “collaborazionismo con Israele”, mentre sei condanne a morte sono state eseguite.
Questo rimane un singolo esempio di quello in alcune parti del mondo succede ancora oggi. La pena di morte è una condanna ingiusta e inumana che deve essere abolita in ogni paese: essa svilisce la dignità di ogni essere umano, che, se pur colpevole, merita di essere trattato come tale. La Giornata mondiale contro la pena di morte deve far ricordare a ognuno di noi quanto sia importante rispettare l’essere umano in quanto tale e può essere una modalità per poter migliorare, anche tramite piccole azioni, questa enorme imperfezione che caratterizza il mondo in cui viviamo. Partendo proprio dai piccoli gesti si può davvero cambiare la realtà e soprattutto possiamo fare in modo di far sentire la nostra voce e contribuire alla piena eliminazione di quella che è la più brutale sentenza mai esistita.
Elena Franchini
10 ottobre 2013 – No alla pena di morte nei Caraibi!
Oggi 10 ottobre 2013 si svolge l’undicesima Giornata mondiale contro la pena di morte. Quest’anno la Giornata è dedicata alla pena capitale nei paesi caraibici anglofoni. Tutti questi paesi continuano, ancora oggi, a mantenere l’uso della pena di morte per il reato di omicidio, ma anche il tradimento, i crimini militari e gli atti di terrorismo sono considerati reati punibili con la pena capitale in molti di questi paesi. Il metodo attraverso il quale viene eseguita la condanna è solitamente l’impiccagione.
Amnesty International chiede alle autorità delle Barbados e a Trinidad e Tobago di abolire le misure che richiedono l’imposizione della pena di morte con mandato obbligatorio, attraverso l’appello che è possibile firmare direttamente online sul sito nazionale di Amnesty. In questi paesi infatti non avvengono esecuzioni dal 1984 (Barbados) e dal 1999 (Trinidad e Tobago), ma prevedono ancora che la pena di morte possa essere comminata con mandato obbligatorio; i giudici possono, quindi, emettere una condanna a morte, senza essere obbligati a tenere in considerazione i cosiddetti fattori attenuanti, come la situazione personale dell’imputato (la disabilità mentale per esempio).
Elena Franchini
Buone notizie – Ottobre 2013 (2)
Prigionieri di coscienza
Iran – Hamis Ghassemi Shaal, prigioniero di coscienza adottato da Amnesty International, è stato rilasciato il 23 settembre 2013. Era stato arrestato nel maggio 2008 e condannato in primo grado a morte per spionaggio. In appello, il 23 settembre, la pena è stata ridotta a cinque anni per “sedizione e collusione”, già scontati in carcere dal momento dell’arresto.
Armi
Nazioni Unite – In occasione della 68esima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il 25 settembre 2013 22 stati hanno firmato il Trattato sul commercio di armi. Si tratta di Angola, Barbados, Bosnia ed Erzegovina, Ciad, Colombia, Filippine, Gabon, Ghana, Honduras, Kiribati, Lesotho, ex repubblica jugoslava di Macedonia, Madagascar, Mongolia, Nauru, Perù, Repubblica Democratica del Congo, Samoa, Sierra Leone, Stati Uniti d’America, Sudafrica e Zambia. Il Trattato è stato finora firmato da 108 paesi e ratificato da sette paesi, tra cui l’Italia.
Azione Urgente Colombia
COLOMBIA: Il governo deve contrastare i paramilitari
Amnesty International ha lanciato un’azione urgente, in scadenza il 25 ottobre prossimo, relativa a gravi violazioni dei diritti umani che colpiscono difensori dei diritti umani e popolazioni indigene in Colombia. In particolare, si tratta di attivarsi a favore delle comunità di ascendenza africana che vivono nel bacino del rio Cacarica (l’azione urgente è disponibile qui).
Nel febbraio 1997, nel corso della “Operación Génesis” coordinata dalla XVII Brigata, i paramilitari sgomberavano con la forza più di 3.000 appartenenti alle comunità di ascendenza africana del bacino del rio Cacarica. Nonostante questo, già nei primi anni del 2000, la maggioranza degli sfollati, che si trovavano dislocati nella municipalità di Turbo, dipartimento di Antioquia, e in altre zone, iniziarono il loro rientro.
Per garantire la propria sicurezza, tenuto conto delle costanti minacce di morte e delle violazioni dei diritti umani che i membri delle comunità subivano da parte delle forze di sicurezza e dei paramilitari loro alleati, gli abitanti della comunità crearono due “zone umanitarie”: “Esperanza en Dios” e “Nueva Vida”, lottando con caparbietà per il loro diritto, in quanto civili, a non essere coinvolti nel conflitto interno in corso.
Dal loro rientro nel Cacarica all’inizio degli anni 2000, tali comunità hanno continuato ad affrontare costanti minacce di morte e violazioni dei diritti umani. Questa situazione è stata recentemente presa in esame nel corso di un’udienza che si è tenuta nell’aprile 2013 davanti alla Corte interamericana dei diritti umani che si occupa della “Operación Génesis”. Le operazioni paramilitari sono avvenute contemporaneamente alla lotta della popolazione di quelle comunità a difesa dei loro diritti, contro gli interessi economici di industrie estrattive e i conseguenti progetti di costruzione di infrastrutture.
Durante il lungo conflitto armato in Colombia, membri delle organizzazioni dei diritti umani, sindacalisti e altri collaboratori di organizzazioni sociali sono stati spesso etichettati dalle forze di sicurezza e dai paramilitari come simpatizzanti o sostenitori della guerriglia. Di conseguenza, questi attivisti sono frequentemente vittime di omicidi, minacce o sparizioni forzate. Anche i gruppi guerriglieri, d’altro canto, minacciano o uccidono attivisti dei diritti umani perché li considerano alleati del nemico.
Chiediamo quindi di attivarsi, firmando e inviando l’azione urgente che potete trovare sul sito di Amnesty International. Se siete interessati agli appelli e alle azioni di Amnesty International, potete contattare il gruppo di Trento scrivendo all’indirizzo gr150@amnesty.it.
Francesco Bridi
Referente per il gruppo Amnesty 150 di Trento
del Coordinamento America Latina