A pesca di prove del genocidio in Guatemala

Supponiamo di voler contare le trote che popolano un lago di montagna. Sicuramente non possiamo pescarle e rigettarle in acqua una a una: ci vorrebbe troppo tempo e non saremmo mai certi di averle pescate tutte. Abbiamo però a disposizione un metodo semplice, che consiste innanzitutto nel catturare un certo numero di trote, marcarle in modo indelebile, e ributtarle quindi nel lago. A distanza di qualche giorno (dando così tempo alle trote marcate di mischiarsi con le altre) ne catturiamo un altro gruppo e contiamo quante di esse sono marcate. La percentuale di trote marcate nel secondo gruppo corrisponderà all’incirca alla frazione di trote marcate nell’intero lago e il numero complessivo di trote potrà essere calcolato con una semplice proporzione. Facciamo un esempio: catturiamo 100 trote, le marchiamo, e le rimettiamo in acqua. Aspettiamo qualche giorno e catturiamo altre 100 trote. Di queste, supponiamo che 10 siamo marcate, quindi il 10%. Il numero di trote nel lago può adesso essere stimato: sono circa 1000. Infatti, le prime 100 trote catturate rappresentano all’incirca il 10% del totale delle trote. Questo metodo di calcolo, messo a punto da Petersen nel 1896, si chiama metodo di cattura-marcatura-ricattura, ed è utilizzato per censire popolazioni di animali, sia in ambiente terrestre che in ambiente acquatico. In generale, più ricatture si fanno, più precisa è la stima del numero complessivo di animali.

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Lago di Tovel, Trentino. Foto di Markus Mark – Opera propria. Con licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Come ci spiega Giovanni Sabato nel capitolo 4 del suo ottimo “Come provarlo?” (primo libro in Italia ad affrontare in modo sistematico il legame tra scienza e diritti umani) il metodo di cattura-marcatura-ricattura ha trovato un impiego singolare: è stato utilizzato con successo da Patrick Ball e il suo team di statistici per indagare sulle violazioni dei diritti umani avvenute durante la guerra civile in Guatemala. Le motivazioni di questa guerra vanno ricercate nelle riforme messe in atto da Jacopo Arbenz durante il cosiddetto decennio democratico” (1945-1954), che avevano profondamente irritato i latifondisti del paese e le industrie alimentari del nord America, con cui essi facevano affari. La deposizione violenta di Arbenz nel 1956 portò alla cancellazione delle riforme, fatto che provocò intense proteste sociali culminate con la rivolta armata del 1960, guidata da militari rimasti fedeli ad Arbenz. Seguirono 36 anni di feroce guerra civile, in cui l’esercito regolare e le formazioni paramilitari (più o meno palesemente sostenute da consulenti nord americani) si contrapposero ai guerriglieri, fino agli accordi di pace del 1996[1].

Alla fine della guerra civile non si sapeva esattamente quante fossero state le vittime, né c’era certezza su chi avesse commesso queste uccisioni. Per stabilire la verità storica e perseguire le violazioni dei diritti umani perpetrate, la Comisión para el Esclaracimiento Histórico (una commissione di verità sotto l’egida ONU) incaricò gli statistici di Ball di effettuare delle indagini. Gli scienziati avevano a disposizione tre basi di dati indipendenti, relative agli anni tra il 1978 e il 1996, ciascuna contenente denunce di uccisioni. Per fare una stima accurata del numero totale di vittime, i ricercatori dovevano affrontare due problemi. Da una parte c’era una sovrapposizione tra i tre database; molte morti, cioè, erano registrate in due o addirittura in tre basi di dati, e bisognava evitare di contarle più volte. Dall’altra parte, le denunce riguardavano solo una parte delle uccisioni, e occorreva quindi stimare quante morti non erano state registrate. Con un accurato confronto fra le tre basi di dati, che contenevano un totale di circa 54.000 denunce, i ricercatori scartarono i duplicati e stabilirono in circa 48.000 il numero di morti denunciate. Furono anche in grado di stabilire quanti casi fossero in comune fra due o tutte e tre le basi dati. Questo lavoro preliminare consentì di applicare il metodo di cattura-marcatura-ricattura per stimare il numero di morti non denunciate. Facendo un’analogia con l’esempio fatto all’inizio, il totale dei morti corrispondeva al numero di trote nel lago. Il contenuto dei tre database corrispondeva a tre catture di pesci. I casi denunciati in più database corrispondevano a trote marcate e ricatturate in seguito. Gli scienziati furono in grado di calcolare che le morti non denunciate erano circa 84.000, il che portava a una stima più accurata del numero dei morti tra il 1978 e il 1996: circa 132.000 persone. Aggiungendo altre stime per gli anni antecedenti e gli oltre 40.000 desaparecidos, si poté determinare che nella guerra civile erano morte almeno 200.000 persone.

Nella fase successiva del lavoro il team di Ball si concentrò sul verificare se ci fossero fasce di popolazione più colpite dalla guerra e, in particolare, se si potesse configurare il reato di genocidio della popolazione maya. L’ipotesi che Ball voleva supportare era che tra il 1981 e il 1983, sotto la presidenza di Rios Montt, la repressione del governo avesse colpito indiscriminatamente l’intera popolazione maya, ritenuta il nemico da abbattere. Usando un’analisi statistica analoga a quella effettuata per stimare il numero complessivo dei morti, i ricercatori furono in grado di stabilire che, nelle regioni del paese a maggioranza maya, i morti indigeni tra il 1981 e il 1983 erano proporzionalmente molti di più dei morti non indigeni, arrivando quindi alla conclusione che c’era stato effettivamente una attacco sistematico nei loro confronti. I risultati delle indagini del team di Ball furono pubblicati nel 1999 nel rapporto finale “Guatemala. Memoria del silencio”, che ebbe una positiva eco nazionale e internazionale e contribuì a stabilire la verità dei fatti di un conflitto che ha dilaniato il Guatemala per 36 anni.

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Indigeni Maya seppelliscono i loro familiari, vittime della Guerra Civile. © Ana Arana / Fundación MEPI.

Come questo esempio dimostra, la verità è spesso nascosta nei dati, e sta agli scienziati usare le tecniche di analisi adatte per decifrarla. Nel prossimo post ci porremo la domanda “Può la pena di morte essere considerata una procedura medica?”, con l’obbiettivo di sfatare il mito dell’esecuzione compassionevole.

Floriano Zini (@FlorianoZini)

 


[1] Approfondimenti sul conflitto in Guatemala sono disponibili qui.


Sentinelle del cielo

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Il romanzo di Urania.

Negli anni ’50 le sentinelle del cielo erano personaggi da libro di fantascienza che, grazie ai loro poteri straordinari, riuscivano a scoprire in largo anticipo i pericoli per l’umanità che provenivano dagli spazi siderali. Le sentinelle del cielo del giorno d’oggi sono invece i satelliti di osservazione terrestre. Meno esoterici ma in grado, grazie ai progressi della scienza, di registrare immagini di grande qualità e dettaglio.

Queste immagini, se correttamente interpretate, possono servire a scoprire violazioni dei diritti umani in zone altrimenti inaccessibili. Amnesty International ha utilizzato le immagini da satellite, ormai disponibili liberamente in diversi archivi digitali, per monitorare la situazione dei diritti umani in diverse aree a rischio del mondo e indirizzare quindi in modo più efficace la sua azione in quelle aree.

Ad esempio, nel 2006 il progetto Eyes on Darfur ha utilizzato la tecnologia satellitare per evidenziare le distruzioni dei villaggi avvenute in Darfur, attraverso il confronto delle immagine registrate prima e dopo le atrocità.

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Un campo di prigionia in Corea del Nord.

Le immagini satellitari sono state anche utili per scoprire gulag a cielo aperto in Corea del Nord. In base alle immagini satellitari e alle testimonianze raccolte, Amnesty ha denunciato l’espansione di questi luoghi “di rieducazione”, costruiti all’apparenza per sembrare normali villaggi o piccole cittadine, ma dove, invece, tortura, fame, stupro ed esecuzioni sono usati quotidianamente contro decine di migliaia di detenuti.

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Un quartiere di N’Djamena, capitale del Chad, nel gennaio 2008 (sinistra) e novembre 2008 (destra). © 2009 DigitalGlobe.

Infine, ricordiamo la scoperta in Ciad degli sgomberi forzati di decine di migliaia di persone e le susseguenti demolizioni di intere aree urbane effettuate arbitrariamente dal governo. In questo caso le immagini satellitari ad alta risoluzione hanno integrato le informazioni raccolte dai ricercatori di Amnesty che hanno visitato i sobborghi di N’Djamena, la capitale del paese. Sebbene le immagini da sole non fossero sufficienti ad evidenziare se una demolizione fosse stata eseguita legalmente o no, esse sono state usate dai ricercatori di Amnesty per individuare le zone delle demolizioni, e quindi come guida per raccogliere testimonianze dirette dei fatti avvenuti. Testimonianze che, in molti casi, hanno confermato che gli sgomberi erano illegali e in violazione della legge del Chad e degli standard internazionali sui diritti umani.

Queste sono alcune delle applicazioni per la difesa dei diritti umani delle scientifiche sentinelle del cielo dei giorni nostri. Nel prossimo post su Scienza e Diritti Umani cambieremo argomento e andremo a vedere come la statistica è stata usata per “pescare” le prove del genocidio in Guatemala.

Floriano Zini (@FlorianoZini)

Scienza e diritti umani, una strana coppia?

La scienza deve o no interrogarsi sulla finalità delle proprie ricerche e sull’impatto che esse possono avere sui diritti umani? Fino a qualche anno fa la risposta più comune a questa domanda sarebbe stata che gli scienziati hanno la missione di perseguire il progresso come bene a sé stante, lasciando alla politica la responsabilità di un eventuale cattivo uso delle scoperte scientifiche. Più recentemente però si è fatta strada, sia presso la comunità scientifica che presso l’opinione pubblica, la consapevolezza che gli scienziati non vivono in una torre di avorio e quindi, come tutti, avrebbero il dovere di porsi degli interrogativi sull’impatto del proprio lavoro sui diritti umani e civili degli altri cittadini.

A seguito di questa consapevolezza, negli ultimi anni abbiamo visto un crescente impegno della scienza in favore dei diritti, sia attraverso il supporto agli scienziati che subiscono violazioni, sia attraverso l’impegno diretto in progetti in favore dei diritti umani, anche in collaborazione con organizzazioni come Amnesty International. Inoltre, scienza e tecnologia stanno diventando sempre più un mezzo per la repressione e la violazione dei diritti (ad esempio attraverso censure e controlli delle comunicazioni personali, o tracciatura degli spostamenti) ma anche un motore di libertà e di denuncia dell’operato di governi corrotti o dittatoriali (ad esempio attraverso l’uso di social media come Twitter o YouTube come si è visto spesso nella cronache recenti).

Il rapporto fra scienza e innovazione tecnologica da una parte e diritti umani dall’altra è estremamente interessante, e sarà l’argomento di una serie di post che saranno pubblicati nei prossimi mesi su questo blog.

Floriano Zini