10 ottobre 2015: Giornata mondiale contro la pena di morte

Ogni anno, il 10 ottobre organizzazioni abolizioniste e attivisti di tutto il mondo si mobilitano per la Giornata mondiale contro la pena di morte, evento organizzato dalla Coalizione mondiale contro la pena di morte il cui scopo è diffondere informazioni sull’applicazione della pena capitale nel mondo e intraprendere azioni verso l’obiettivo finale, la sua completa abolizione.

Il tema scelto per la XIII Giornata mondiale contro la pena di morte è il ricorso alla pena di morte per reati legati alla droga, che nel 2014 ha portato a esecuzioni in almeno 10 paesi. Ma sono oltre 30 i paesi e territori dove il traffico o il possesso di droga sono reati punibili con la pena capitale.

La pena di morte non uccide il traffico di droga, come recita il manifesto della Coalizione mondiale, ma la sua applicazione per tali tipi di reato rappresenta anche una violazione del diritto e degli standard internazionali sui diritti umani. L’articolo 6 del Patto internazionale sui diritti civili e politici sebbene infatti consenta l’uso della pena di morte in determinate circostanze, ribadisce chiaramente che il suo uso deve essere limitato ai soli reati più gravi.
La scelta del tema di quest’anno della Giornata mondiale assume una importanza particolare in vista dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sul “problema mondiale della droga” prevista nel 2016.

In occasione della XIII giornata mondiale contro la pena di morte Amnesty International chiede a tutti i suoi attivisti di mobilitarsi in favore di Shahrul Izani, giovane malese, che rischia la pena di morte per essere stato trovato in possesso di 622 grammi di cannabis all’età di 19 anni. È stato il suo primo reato. Ha esaurito tutti i livelli di giudizio e potrebbe essere messo a morte in qualsiasi momento.

 

Giornata internazionale della donna: giù le mani dai nostri corpi

In occasione dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna, Amnesty International lancia un nuovo manifesto per chiedere ai governi di ogni parte del mondo di porre fine ai loro tentativi di controllare e criminalizzare le scelte e la sessualità delle donne e delle ragazze.

Il manifesto della campagna “My Body My Rights” chiede agli stati di rimuovere le barriere all’accesso ai servizi, alle informazioni e alla formazione relativamente alla salute sessuale e riproduttiva e di porre fine alle leggi e alle pratiche che penalizzano tale accesso.

Il manifesto descrive i diritti che tutte le donne e le ragazze dovrebbero avere sul loro corpo. Nonostante un importante accordo sottoscritto due decenni fa a Pechino in materia di uguaglianza di genere, le donne e le ragazze continuano a venire private dei loro diritti sessuali e riproduttivi.

“Sebbene negli ultimi 20 anni decine di stati abbiano messo fuorilegge i matrimoni forzati e le mutilazioni dei genitali femminili, queste pratiche restano diffuse” – ha dichiarato Jessie Macneil-Brown, responsabile della campagna “My Body My Rights” di Amnesty International.

“Le gravi violazioni dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne e delle ragazze costituiscono un grande problema contemporaneo. In alcuni paesi, l’aborto è vietato del tutto e le donne sono imprigionate per il mero sospetto di aver abortito volontariamente o aver avuto un aborto spontaneo”.

Il manifesto di Amnesty International chiede agli stati di:
– abolire le leggi che criminalizzano l’esercizio dei diritti sessuali e riproduttivi;
– rilasciare tutte le donne e le ragazze imprigionate per aver voluto abortire o aver avuto un aborto spontaneo, così come coloro che le hanno aiutate;
– garantire l’accesso ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva;
– garantire l’accesso a programmi educativi relativi alla sessualità esenti da pregiudizio e basati su prove oggettive, all’interno e all’esterno della scuola;
– prevenire e reprimere tutte le forme di violenza di genere, specialmente contro le donne e le ragazze;
– assicurare che tutte le persone abbiano la parola sulle leggi e sulle politiche che riguardano il loro corpo e la loro vita;
– assicurare che tutte le persone abbiano accesso a rimedi giudiziari efficaci e affrontabili dal punto di vista economico quando i loro diritti sessuali e riproduttivi siano stati violati.

Sottoscrivi il manifesto

“Gli stati e altri soggetti devono porre fine ai loro tentativi di controllare le decisioni delle donne e delle ragazze. Quello di prendere decisioni informate sulla salute sessuale e riproduttiva è un diritto umano che dev’essere garantito anziché minacciato e criminalizzato” – ha sottolineato Jessie Macneil-Brown.

“Questo manifesto chiede a ogni persona di esprimere solidarietà pretendendo che questi diritti siano protetti” – ha concluso Jessie Macneil-Brown.

10 ottobre 2014: Giornata mondiale contro la pena di morte

Ogni anno, il 10 ottobre organizzazioni abolizioniste e attivisti di tutto il mondo si mobilitano per la Giornata mondiale contro la pena di morte, evento organizzato dalla Coalizione mondiale contro la pena di morte il cui scopo è diffondere informazioni sull’applicazione della pena capitale nel mondo e intraprendere azioni verso l’obiettivo finale, la sua completa abolizione.

Il tema scelto per la Giornata di quest’anno è l’uso della pena di morte nei confronti delle persone affette da disabilità mentale e intellettiva.

Al centro della XII Giornata mondiale contro la pena di morte ci sarà anche il Giappone e in particolare il caso di Hakamada Iwao, 78 anni, condannato all’impiccagione nel 1968 e per oltre 45 anni nel braccio della morte, in attesa ogni giorno della possibile esecuzione, fino a quando il 27 marzo di quest’anno una corte distrettuale ha accolto la richiesta di un nuovo processo. Il 31 marzo il pubblico ministero ha presentato ricorso contro la decisione.
In occasione del 10 ottobre, attivisti e simpatizzanti di Amnesty International promuoveranno un appello al pubblico ministero chiedendogli di desistere dal ricorso contro il nuovo processo e  invieranno messaggi di solidarietà a Hakamada Iwao, per sostenere la sua richiesta di giustizia.

Per maggiori informazioni, si veda l’articolo “Oggi il mondo dice no alla pena di morte” apparso oggi sul blog del Corriere della sera.

 

Italia, da un quarto di secolo aspettiamo l’introduzione del reato di tortura

Per Trento, il 26 giugno è un giorno di festa, ma è un momento da ricordare anche a livello internazionale. Questa è la Giornata internazionale a sostegno delle vittime di tortura.

Negata oltre ogni evidenza, ufficialmente vietata dalle leggi della maggior parte dei paesi, spesso persino dalle costituzioni, secondo Amnesty International la tortura è ancora praticata in oltre 140 paesi del mondo per mano delle autorità statali.

Da 25 anni, ogni 26 giugno, Amnesty International chiede alle istituzioni italiane di dare seguito agli impegni assunti dall’Italia nel 1989 con la ratifica della Convenzione Onu contro la tortura, e di introdurre il relativo reato nel codice penale.

Secondo la Convenzione Onu contro la tortura:

“Il termine «tortura» designa qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere […] informazioni o confessioni, di punirla per un atto che […] ha commesso o è sospettata di aver commesso, […] qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale […]”.

Possiamo pensare che la tortura sia una pratica che riguarda paesi lontani. In realtà riguarda anche noi.

Federico Aldrovandi, Aldo Blanzino, Giuseppe Uva, Emmanuel Bonsu, Stefano Cucchi. Questi sono i nomi di alcune delle vittime della tortura in Italia. Federico aveva 18 anni quando è morto nel 2005, Aldo, il più anziano, ne aveva 44 e la famiglia di Stefano di 31 anni, ne piange la scomparsa da oltre quattro anni.

L’assenza del reato nel codice penale sminuisce le responsabilità penali dei colpevoli di queste morti e spesso produce la prescrizione del reato.

Forse il più chiaro esempio è la vicenda di Federico: morto nel 2005, nel 2013 i quattro poliziotti responsabili del decesso sono stati condannati a 42 mesi di reclusione, dei quali 36 scontati per indulto, per “eccesso colposo in nell’uso legittimo delle armi”. Dal gennaio 2014, tre degli assassini di Federico sono tornati in servizio, destinati a servizi amministrativi. Se la condanna fosse stata di “tortura”, forse la loro sorte sarebbe stata diversa.

Federico Aldrovandi, Aldo Blanzino, Giuseppe Uva, Emmanuel Bonsu, Stefano Cucchi. Noi ripetiamo ad alta voce questi nomi perché non vengano dimenticati, perché ci ricordino quanta strada debba ancora essere percorsa per poter dire di vivere nel nostro paese nel pieno rispetto dei diritti umani. Perché non ci siano più assassinii o sofferenze impartite da coloro che avrebbero dovuto tutelare quelle stesse vite.

Federico Aldrovandi, Aldo Blanzino, Giuseppe Uva, Emmanuel Bonsu, Stefano Cucchi. Perché a loro e a molte altre vittime della tortura, in Italia e nel mondo, è dedicato questo 26 giugno.

 

Sofia Lanzinger

 

“Tortura, 30 anni di impegni non mantenuti”: la denuncia di Amnesty

A 30 anni dall’approvazione della Convenzione contro la tortura da parte dell’ONU, la tortura, seppur proibita sulla carta, è ancora ampiamente praticata. Amnesty International negli ultimi 5 anni ha, infatti, riscontrato casi di tortura in 141 paesi del mondo.

La tortura rimane una spaventosa realtà dei nostri giorni, sommessamente giustificata dai governi in nome della lotta al terrorismo, della preservazione della sicurezza nazionale e internazionale.

Secondo un sondaggio commissionato da Amnesty a GlobeScan, il 44% degli intervistati pensa che se fosse arrestato nel suo paese, rischierebbe di essere torturato. L’82% ritiene che ci dovrebbero essere leggi rigorose contro la tortura, ma ben il 36% ritiene che la tortura potrebbe essere giustificata in alcune circostanze.

L’Italia, a 25 anni dalla ratifica della Convenzione ONU, deve ancora dare attuazione alla Convenzione, inserendo la tortura come reato nel codice penale. Solo al 5 marzo scorso risalgono, infatti, i primi risultati normativi: il Senato ha approvato un progetto di legge che qualifica la tortura come reato specifico, prevedendo l’aggravante nel caso in cui sia commesso da un pubblico ufficiale. La strada da percorrere sembra ancora lunga.

A fronte di questa situazione, il 13 maggio scorso Amnesty International ha lanciato la sua nuova campagna globale, denominata “Stop alla tortura”.

Lo sguardo di Amnesty si concentrerà su Uzbekistan, Filippine, Marocco/Sahara Occidentale, Messico e Nigeria, dove sono emerse allarmanti prove riguardanti pratiche di tortura. In questi luoghi l’organizzazione potrebbe avere un impatto sensibile, se non decisivo.

Noi, soci di Amnesty International, rinnoviamo oggi il nostro impegno accanto alle vittime di tortura. Per dire ancora una volta “Stop alla tortura”.

 Maria Cristina Urbano

 

Per maggiori informazioni sulla nuova campagna contro la tortura si veda:

http://www.amnesty.it/stoptortura

Firma anche tu gli appelli della campagna!

http://www.amnesty.it/reato-tortura-italia

http://www.amnesty.it/messico-tortura-claudia-medina

 

LIBERI e LIBERE di ESSERE

Il gruppo di Amnesty International di Trento parteciperà alla manifestazione LIBERI e LIBERE di ESSERE, che si svolgerà in Trentino dall’11 al 17 Maggio. La manifestazione è organizzata dalle associazioni Arcigay e L’altra venere Arcilesbica di Trento per celebrare la X Giornata Internazionale contro l’omofobia e la transfobia.

Il gruppo Amnesty di Trento sarà, in particolare, presente alla fiaccolata per le vittime dell’omofobia prevista per il giorno 16 maggio alle ore 21.00 in Piazza Duomo a Trento.

Inoltre, il gruppo sarà presente sabato 17 maggio dalle 16 alle 18 in Piazza Garzetti a Trento durante la mobilitazione RESPECT GAyMES. Aderendo ad un’iniziativa del Coordinamento LGBTI di Amnesty Italia, durante i RESPECT GAYMES gli attivisti del gruppo di Trento organizzeranno una foto petizione. Le foto raccolte verranno inviate ai presidenti di Camera e Senato per richiedere l’approvazione definitiva della legge contro l’omofobia e la transfobia in Italia.

La lotta all’omofobia e alla transfobia rappresenta uno dei punti focali della campagna “Per un’Europa senza discriminazione”, attraverso la quale Amnesty International sta chiedendo ai governi europei di ridurre la persecuzione, l’esclusione sociale e la discriminazione basate sull’orientamento sessuale delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender (Lgbt) da parte di stati e attori non statali.

Amnesty International chiede agli stati un impegno effettivo affinché le persone Lgbti non siano discriminate, possano godere degli stessi diritti di ogni altro cittadino ed esprimere liberamente e pacificamente la loro identità.

Link utili:

http://www.liberilibere.it/

http://www.amnesty.it/diritti-persone-lgbti-in-europa

 

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